sabato 28 aprile 2018

IL SECONDO ROVESCIO DELLA MEDAGLIA




Il secondo grande "rovescio della medaglia" è il "mio " essermi sentita sempre di serie B rispetto a tutti i miei "primi" cugini, figli del fratello di mia madre. Se parlate con lei difenderà con forza la sua versione e cioè che mi sono inventata tutto e che non è mai stato vero. Ammettendo che anche quanto dice lei sia vero, fatto sta che la mia "percezione" di come sono andate e stanno andando le cose è ben diversa.
Sono legata ai miei cugini ma ieri come oggi ho la netta sensazione che questa sia una relazione affettiva familiare a "senso unico". Tralasciando il più piccolo, con cui mi dividono dieci anni e che ho sempre considerato il "piciul" (piccolo in friulano) di casa, con gli altri due le cose sono diverse.
Loro avevano i loro genitori e in più, oltre a bisnonni e nonni materni, avevano in casa anche nostra nonna Letizia, la mamma di mia mamma. Dell’unico mio cugino diretto da parte di mio padre so poco e non ci frequentiamo, papà non amava frequentare le sue sorelle e quindi di conseguenza non sono quasi mai state presenti durante la mia infanzia.
I genitori di mio padre erano ormai morti da tempo, nonno Giovanni nel 1958 a 44 anni a seguito di un incidente sul lavoro mentre nonna Maria a 49 anni nel 1969 di cancro al seno. Il papà di mia mamma, Giovanni anche lui, era morto nel 1972 a 58 anni. Restava quindi solo la nonna.
Un piccolo inciso: a parte l'incidente sul lavoro gli altri due si sono trascurati la salute fino alla morte come zia Maìa. Forse sarebbero stati qui per molti anni a venire. Di risposte ben poche anche qui: mamma si rifiuta ancora oggi di parlare della morte di suo padre e mio papà parlava pochissimo dei suoi genitori tanto che non ne conoscevo nè il compleanno nè l'esatta data di morte ma solo l'anno perchè era scritto sulla lapide. Poi durante la specializzazione post laurea in psicoterapia ho voluto ricostruire il mio albero genealogico e grazie ad un fratello di mia nonna partena ho scoperto qualcosa in più.
La domanda che mi facevo più di frequente non era, come si potrebbe immaginare, perché non posso stare con mamma e papà, ma "perché devo stare dagli zii se ho una nonna? Loro hanno tutto e io niente".
Il sabato, quando rientravano da Tarvisio, i miei passavano prima dalla nonna e dai miei cugini e poi venivano a prendermi e io a chiedermi "perché non posso anche io stare con loro?".
Mamma se la vende con un "scaricavamo tua nonna ( a volte lavorava per qualche giorno con loro) e poi venivo a prenderti perché così potevamo andarcene a casa e stare tranquilli", oppure se la nonna era a Vajont passavano di là "perché così mi levavo l'incombenza di passare da mia madre e poi potevo godermi la mia famiglia. Quanti scherzi strani che ci gioca la mente: come potevo capirlo io? Non facevo domande e nulla mi veniva spiegato.
Io ero sempre quella "storta", quella "diversa". Pensate che ancora oggi mi vengono ripetutamente rimproverate tre distinte situazioni: la prima a San Nicolò del 1976 (avevo un anno e mezzo!!) quando aperto il regalo che "San Nicolò" aveva lasciato, pare mi sia girata verso mio padre e abbia detto "Edo dove lo hai tompelato?" (Valerio dove lo hai comprato? Mio padre si chiamava così). Mica era colpa mia se non ho mai creduto a Santi portatori di regali e a Babbo Natale: mi è sempre sembrato illogico, di questo me ne ricordo bene.
La seconda durante la befana del 1981: mi ero innamorata di un asse da stiro giocattolo e i miei furono felici di comperarmelo ma mia madre sottolinea sempre " mi hai tolto quello che avevano le altre madri a parte quella volta del ferro da stiro, tu non hai mai chiesto o voluto niente, eravamo noi scemi ad essere più contenti di te quando ti compravamo dei regali". L'unica cosa che volevo era sentirli vicino e non l'ho mai avuta, tra l'altro sappiate che odio stirare! Almeno oggi posso vendermela che le mie cinque ernie del disco mi fanno troppo male per fare quel lavoro (verissimo purtroppo, ma comunque non lo farei).
La terza, avvallata in questo caso anche dalla mia compianta maestra elementare, era rispetto a un tema che avevo scritto in terza elementare e per cui mi ero beccata un "malissimo", all'epoca non esistevano voti tipo A, B ecc. Il tema in questione riportava questa frase "incriminata" : " Il cacciatore puntò al cuore l'uccellino e sparò e l'uccellino volò via". Mi hanno sempre rimproverato che non ero realistica e quando cercavo loro di spiegare che io mai avevo detto che il proiettile lo “aveva preso" mi rispondevano dicendomi che le "bugie hanno le gambe corte". Mah.

Ho sempre percepito, a torto o a ragione ancora non lo so, di essere nel posto sbagliato o sbagliata perché nel posto di qualcun altro.
Venivo paragonata perfino a figli di primi cugini di mia mamma che non vivevano neanche a Vajont. Gli altri erano sempre più bravi in tutto. Va sottolineato che in effetti, questi cugini molto più intelligenti e bravi di me lo sono veramente ma comunque resta una brutta cosa da dire a un figlio.
Gli stessi miei cugini diretti non mi hanno mai considerato particolarmente, ora da grandi le cose sono un po diverse soprattutto dopo l’intervento di bypass. Da quando sono diventata “normale” ho la sensazione di essere considerata diversamente. Non voglio mettere in dubbio cosa provano per me perché in realtà non lo so, quello che percepisco è che siamo passati dal “ci sei, in fondo i parenti vanno tenuti per quello che sono” a “ma forse poi così male non è”.

A scuola sinceramente non ho mai avuto voti alti, vivacchiavo sulla scia della piena sufficienza ma lontana dai sette. Sono sempre stata asina in matematica e invece che studiare più duramente ho lasciato perdere negli anni e oggi da quel punto di vista sono irrecuperabile. Ho "avvallato" quello che lei pensava di me. Non in tutto però.

Durante il colloquio di terza media, poco prima degli esami finali e poco dopo la morte della zia, la professoressa di Italiano disse a mia madre che era meglio che si rassegnasse all’idea di mandarmi in una scuola professionale perché nella vita a parte “forse” imparare un “piccolo” mestiere non avrei potuto fare.
Ammiro profondamente chi oggi ha il coraggio e l’abilità di essere un artigiano e fare con passione e dedizione il suo lavoro “manuale”, la professoressa al contrario l’ho sempre considerata cafona e con scarsa propensione psicopedagogica. Lei, come molti altri, di me non solo non aveva capito nulla ma non ci ha nemmeno mai provato.

Oltre a lei anche il professore di Inglese le disse che era molto preoccupato che avessi scelto una scuola di lingue perché proprio non ero portata.

Come sempre gli adulti sanno tutto dei “bambini” cui devono fare da “guida”. Scusate mi vien da ridere.

Stavolta la tendenza ad avere “il meglio” di mia madre è corsa in mio aiuto, mai avrebbe accettato che io non prendessi il diploma. Quello per lei, pur di non sfigurare con la sua famiglia, era il minimo sindacale. Per cui il suo “devi diplomarti, in quello che vuoi ma lo devi fare” mi ha in un certo senso “salvato” da questi professori che forse erano peggio di lei.

Individuai nel liceo linguistico un possibile sbocco, in più essendocene uno anche a Udine speravo di trasferirmi da loro a Tarvisio e andare su e giù come i miei vecchi compagni facevano tra Pordenone e Vajont.
Ovviamente non volle sentire ragioni, collegio e scuola privata a Pordenone così magari nel “privato” sarei stata seguita meglio e mi avrebbero portato a fine carriera scolastica: da qui il suo motto “quando pago non prego”, mi aspetto il servizio per cui ho pagato. Motto perfettamente legittimo in ambito lavorativo, tanto che io lo uso sempre nel mio lavoro ma sicuramente inadeguato in ambito familiare.
La sua voglia “di farsi bella” al pubblico che secondo la sua mente contorta guardava alla nostra famiglia, mi ha aiutato a non disperdermi, questo glielo devo. Sempre a questo periodo del collegio e delle scuole superiori devo anche la dirompente forza distruttiva di Attila che si fa presente in tutto il suo splendore portandomi ad ingrassare di circa 40 kg durante il primo anno: ne parleremo presto.

Fortunatamente il mio era un liceo di quelli seri e ho sgobbato davvero tanto per guadagnarmi il diploma!
Spero un giorno di incontrare quei professori per poter dire loro che mi sono guadagnata con fatica una laurea, una specializzazione, alcuni master e molto altro oltre a parlare sei lingue diverse: così per il gusto di fargli capire che questa volta è andata bene ma che con il loro atteggiamento potrebbero rovinare dei giovani validi che forse a differenza di altri hanno solo bisogno di qualche attenzione speciale in più e non per questo vanno etichettati come somari.

Il “sentirsi sbagliato” è davvero una delle sensazioni più negativamente devastanti che un bambino o una persona possa mai provare nell’arco della vita. È il sentimento che più di tutti porta alla vergona che di conseguenza porta al nascondersi per mangiare, per riempiersi di un po di “amore sicuro”.
Il discorso del sentirsi inadeguato è permeante tutta la mia vita e spesso tornerà fuori in futuro in racconti e aneddoti.

Alla prossima!

giovedì 26 aprile 2018

IL PRIMO ROVESCIO DELLA MEDAGLIA

Si sa, ogni storia d'amore degna di questa definizione, qualunque sia la sua natura ( romantica, affettiva, familiare) vive di momenti belli e di altri meno belli.
Purtroppo o per fortuna l'essere umano ha la memoria corta e tende a dimenticare la forza distruttiva di certi dolori a favore delle cose belle, a volte però questi dolori sono così devastanti che si instaura un "trauma".
Sono da sempre convinta che il nostro cervello, inteso qui come mente in primis ma anche come organo in certe situazioni (per esempio il coma), ha la capacità di sopravvivere e rimettersi "in marcia" da solo. Il suo più grande nemico siamo noi: l'uomo ha fatto del "mettersi i bastoni tra le ruote" uno sport olimpico.
Mi spiego: tutti noi abbiamo una capacità innata che viene definita "resilienza" cioè la capacità di far fronte agli eventi improvvisi ed altamente stressanti e superarli, ognuno con i propri personali ritmi. Sta a noi decidere se quello che ci succede può essere inteso come "ulteriore" esperienza di vita ( in positivo o negativo) oppure essere considerato così devastante da frenare la nostra evoluzione.
Chiaramente non si può generalizzare ma in linea di massima difficilmente siamo portati a pensare che tutto quello che ci accade, nel bene e nel male, in fondo possa essere propulsione positiva ad evolvere come essere umani.
Nel momento in cui ti accade qualcosa di brutto o di difficile gestione è normale passare le prime 48/72 ore in uno stato di "aspetta che non me ne rendo conto" oppure "no non è vero non è possibile", poi piano piano la grandezza di quanto sta accadendo viene alla luce e lì si innescano i meccanismi personali di valutazione della situazione.
Penso che in questo, potenzialmente, i bambini siano quelli più fortunati e non i più sfortunati come molti, leggendo, potrebbero pensare. Il bambino infatti non sa se una determinata situazione è piacevole/spiacevole, sicura/insicura da solo ma lo "impara" attraverso le reazioni degli adulti. Sta quindi a noi, far in modo che i bambini possano superare positivamente le prime grandi prove della vita che poi li metteranno al sicuro in"panchina" rispetto al gioco del "mettersi i bastoni tra le ruote" perché cresciuti equilibrati, con un alto senso critico e un'ottima capacità di valutazione "obiettiva" delle singole situazioni, tra cui appunto i "rovesci di medaglia" e l'esperienza del lutto sopra tutti.

Il primo dei "miei rovesci della medaglia", quello che oggi ha preso connotazione diversa rispetto ad allora, fu il rapporto con mio cugino. Come vi ho accennato mal mi sopportava e spesso mi sgridava aspramente, per esempio per un voto insufficiente a scuola: era lui che oramai diventato maggiorenne, mi firmava il libretto scolastico. Quante me ne sono sentite! Non mi ha mai picchiato, ma quanto urlava! Come vi avevo già accentato è da pochissimo che un uomo arrabbiato non mi fa più paura: dopo un lungo percorso di risoluzione e accettazione.

La casa degli zii aveva soltanto due camere da letto e quindi io dividevo la stanza con mio cugino, che se da piccola poteva andare bene, da adolescente proprio non mi andava giù: dovevo avere i suoi orari  e se nel sonno parlavo troppo la mattina dopo se non mi sgridava minimo mi prendeva in giro per almeno una settimana! Lavorava in fabbrica e si alzava molto presto, alla sera era compito mio preparare il boiler a legna in cantina, dove lo zio aveva ricavato una doccia per evitare che si entrasse sporchi in casa. Non potevo sedere sulla sua poltrona in salotto e durante i pasti il "catino della pasta" era esclusivo per lui, se dopo aver mangiato avevo ancora fame e mia zia non era nei paraggi, semplicemente mi tenevo la fame: " non ti serve mangiare che sei una balena", o in dialetto "podrelo".
Rispetto mio cugino oggi come allora anche se qualcosa dentro di me si è spezzato il giorno in cui lo zio si è ucciso. È una ferita che tra noi non si è mai rimarginata o almeno non da parte mia. Oggi di questo "rovescio della medaglia" non mi resta che una nitida sensazione di allerta e pericolo ma per quanto io abbia provato ad approfondire non ho ricordi particolari legati a questa specifica sensazione che possano giustificarla.


Come vi avevo accennato zia Maìa era un personcina particolare e l'atteggiamento grezzo e sbrigativo che aveva nelle relazioni lo aveva anche verso se stessa e la sua salute.
Lei non aveva vizi ( fumo, bere ecc), era un poco in carne e una gran lavoratrice ma ahimè di dottori non ne voleva sentir parlare.
Mi hanno sempre propinato la storia che noi siamo tendenti ad avere quasi tutte il "gozzo", un pomo di adamo particolarmente pronunciato. Mi veniva detto che era una caratteristica familiare dovuta alla carenza di iodio negli alimenti e che me lo dovevo tenere perché "ce lo avevamo tutte". A me sinceramente a parte la zia e me medesima non mi pareva che le altre "donne di famiglia" ne fossero provviste. Come vi ho già raccontato però, se mia madre diceva qualcosa, che fosse vero o meno, era così e basta.
Fatto sta che a zia Maìa avevano diagnosticato "problemi di tiroide" ( ipertiroidismo), per cui le era stato prescritto il Tapazole. Alcuni anni dopo le dissero che era il caso di togliere la tiroide perché compromessa. Non volle sentire ragioni. Fu la sua testardaggine a portarla alla morte in modo atroce poco tempo dopo, il 17 maggio del 1989.

Zia compiva gli anni il 1 di aprile, poco dopo il suo compleanno iniziò ad accusare dei devastati sintomi di demenza tanto che in pochi giorni non sapeva nemmeno più a cosa servisse il cucchiaio per mangiare la minestra. Piano a piano ci fu un'insufficienza multiorgano e in breve  tempo morì. Passò l'ultimo giorno quasi completamente, per fortuna sua, in stato comatoso.
Morì verso le 20/21 di sera, ricordo che in quel periodo i miei venivano giù da Tarvisio tutte le sere e stavamo mangiando delle cigliege (come con la mortadella anche qui passeranno anni prima che io le mangi nuovamente nonostante siano il mio frutto preferito).
In ospedale con la zia c'era suo fratello, uno dei miei zii preferiti che per fortuna ha avuto una vita lunga e me lo sono goduto fino al 2014.
Squillò il telefono, volli rispondere. Lo zio mi chiese di poter parlare con la mamma e mi disse di stare tranquilla. Poco dopo i miei partirono alla volta dell'ospedale, non mi vollero con loro dicendo che andavano solo a dare il cambio allo zio. Dentro di me sapevo che mi stava lasciando e quanto li ho odiati in quel momento! Volevo solo poterle dire addio e darle un ultimo bacio ma vigeva la regola ferrea del "sei troppo piccola" e non ci fu nulla da fare.
Ricordo che poco dopo la loro partenza mi venne sonno e andai a stendermi sul letto, ho questo nitido ricordo nel dormiveglia della sua voce che mi sussurrava "shh piccola io sto bene e tu sarai sempre nel mio cuore, sii forte". Avrei scoperto dopo che quello fu l'esatto momento della sua morte.
Mi svegliai di soprassalto e uscii a sedermi sulle scale al fresco. Verso le 22.30 papà tornò a casa da solo ( queste incombenze saranno sempre per lui), si sedette con me, mi guardò fisso negli occhi e mi disse semplicemente "mi dispiace".
Al primo istante lo abbracciai e poi cominciai ad insultarlo come una mitragliatrice per quello che "mi avevano fatto", in fondo l'amavo da morire e non avevo potuto salutarla o forse chissà "salvarla con il suono della mia voce perché insieme eravamo speciali".
Mi dispiace ancora oggi, anche se probabilmente lo aveva capito, di aver trattato il mio vecchio in quel modo: in fondo se c'era qualcuno da biasimare era mia madre e non lui. È sempre lei quella che decideva e decide qualsiasi cosa.
I medici ci vollero vedere chiaro e decisero di effettuare un'autopsia, spettava a mio zio e a mio cugino chiedere il risultato. Si rifiutarono di farlo.
La tredicenne di allora sapeva solo soffrire per la perdita di colei che considerava "madre" a tutti gli effetti, anche se zia Maìa mai mi permise di chiamarla mamma ( quanto ci soffrivo!). Quello che fu veramente devastante oltre alla perdita fu ed è il non sapere che cosa se la sia effettivamente  portata via.
Io non riuscii a farmene una ragione per anni, fino a quando all'università cercai di vederci chiaro con le poche informazioni che avevo e una spiegazione, secondo me abbastanza vicina alla realtà, me la sono data di quello che le è effettivamente successo: il tapazole é un farmaco altamente tossico soprattutto a danno del cuore e del cervello. l'assunzione prolungata può provocare gravi scompensi cardiaci e in alcuni casi seri problemi neurologici. Questo spiegava la necessità dell' intervento chirurgico che forse le avrebbe salvato la vita. Per un caso della vita molti anni dopo nel 2013, mi ritrovo io a doverla togliere la tiroide per un tumore maligno.


Da quel giorno e fino alla fine degli esami di terza media non mi sarà consentito di tornare a stare dallo zio e da mio cugino, che vedevo solo a pranzo la domenica, ma rimango a casa dei miei genitori da sola. Loro partivano al mattino e rientravano alla sera da Tarvisio. Dopo la solita estate tarvisiana, mi mettono in collegio a Pordenone per i quattro anni successivi.
Devo capire ancora oggi perché prima potevo stare dagli zii e una volta morta la zia non più: mia madre si rifiuta ancora di rispondere.

È l'estate del 1992, il 21 giugno, quando ancora una volta a ora di cena squilla il dannato telefono ma nella casa di Tarvisio questa volta.
Mia madre risponde, mette giù il telefono, si gira verso di me e mio padre che siamo a tavola e ci dice "Nani ( lo zio), si è sparato".
Ricordo di averle chiesto: "è ancora vivo?", mi disse di si. Mi alzai di scatto e iniziai a preparare le mie cose e per fortuna non fece storie e partimmo alla volta di Vajont. Purtroppo un ingorgo in autostrada frenò la nostra corsa e per arrivare ci mettemmo circa quattro ore. 

Non l'ho mai più rivisto sveglio. Non ha mai ripreso conoscenza ed è morto una quindicina di giorni dopo, il 6 luglio del 1992 alle 23.45, quindici minuti prima del mio compleanno.

Questa morte come quella della zia per me rimane un grosso punto interrogativo. In genere se ti vuoi veramente suicidare ti spari in un posto dove sei sicuro di morire sul colpo e non di sicuro nella milza con un vecchio fucile. Zio era un alcolista e dalla morte della zia non si è mai ripreso, la psicologa che è in me sa che può essere una spiegazione plausibile( depressione maggiore) ma io ancora oggi, non so perché, ma fino in fondo questa spiegazione non la sento per niente mia.
Probabilmente è il dolore a farmi parlare e a non farmi essere obiettiva come dovrei, fatto sta che questa è la "realtà che io percepisco come vera" e tanto basta alla mia mente per elaborarla come tale. Che macchina maligna e allo stesso tempo magnifica è la mente!

Dalla morte dello zio, mio cugino smette di venire da noi a pranzo la domenica e piano piano ci allontaniamo. Sono costretta a chiudere nell'oblio la mia infanzia e i tanti punti interrogativi che porta con sé, cui non avrò mai risposta.
Alla prossima, con il "secondo rovescio della medaglia".

lunedì 23 aprile 2018

ZIA MAÌA




Ho avuto la fortuna di passare 13 bellissimi anni a fianco della zia. L'amavo molto e lei amava me. Purtroppo però come in tutte le storie c'è  anche il rovescio della medaglia. 
Di quegli anni in particolare ne individuo tre di rovesci di cui due ancora presenti  anche se, uno in particolare, ha preso connotazioni diverse con il passare del tempo.

La zia quando ha iniziato a prendersi cura di me era già diventata mamma di mio cugino, allora quattordicenne, e aveva anche perso il suo primogenito che nacque morto.
Mio zio, suo marito, mi amava come il figlio che aveva perduto ma non ho mai saputo se fosse proprio per quella grande disgrazia o per semplice cultura  (tipica delle nostre zone e non solo), che si avvicinò troppo alla bottiglia. Era un alcolista anche se per fortuna di quelli che quando si ubriaca è " tranquillo". Non ho ricordi di averlo mai sentito urlare o che avesse comportamenti aggressivi con chiunque  di noi: lo sentivo però  cantare! Era arrivato ad acquistare un merlo indiano a cui  aveva insegnato a fischiare bandiera rossa, si chiamava Checco ed era davvero bravissimo!
A differenza  degli zii mio cugino non è  stato felice di dividere con me le attenzioni dei suoi genitori. Vuoi perché  era adolescente, vuoi per carattere, credo che in certi momenti sia arrivato ad odiarmi. Dalla morte dello zio ( si  è suicidato nel luglio del 1992), ci frequentiamo pochissimo. Credo che ora,  da grande, mi tolleri e forse è  anche orgoglioso ma non ne sarei proprio così  sicura.
Torneremo a tempo debito sulla morte degli zii e sulla morte in generale.

Arrivo quindi dagli zii  intorno a ottobre del 1975. Sono allergica a qualsiasi tipo di latte, peso pochissimo, circa 4 kg e non cresco. Mamma era preoccupata tanto che mi portava  dai migliori specialisti  (imparerete che lei è  fissata con il "meglio" di tutto), fin quando in Agordo dall'ora 
Primario, le viene consigliato  di cominciare a svezzarmi. Si acquista il frullatore e mi danno le prime pappe.

Mia madre racconta che ero talmente "morta di fame" che mio zio, stanco di sentire il mio pianto disperato tagliò la punta della tettarella perché  mangiassi di più  e più in fretta! Poi, passata alle pappe vere e proprie, pare dovessero darmi da mangiare in tre... dentro un cucchiaio,fuori quello e dentro l'altro già pronto mentre il terzo mi distraeva con un sonaglio! Vengo da una famiglia di instabili!
La mia storia d'amore con il cibo nasce praticamente con me e viene "avvallata" da una serie di credenze "ingenue" sulla cura dei bambini.

Zia Maìa era una donna d'altri tempi piuttosto grezza e sbrigativa nel modo di fare ma ha sempre cercato di fare del suo meglio con me e non ha mai fatto differenze tra me e mio cugino; purtroppo era anche piuttosto debole nei confronti del figlio tanto che spesso faceva finta di non vedere dei comportamenti inaccettabili di quest'ultimo. Vi dico soltanto che è solo da pochi anni che non ho più paura quando un uomo alza la voce con me!

Zia non era una gran cuoca ma il cibo in tavola non mancava mai, soprattutto se avanzava si rischiava di mangiare pastasciutta o minestra anche a colazione il giorno successivo.
Ero libera di correre nei prati e di giocare, non sono mai stata spronata più di quello per la scuola perché il compito era stato riversato addosso a mia cugina, maestra elementare, che viveva nella casa accanto con il fratello, i suoi genitori e un altro bambino "in affido", l'amico di una vita cui sono ancora oggi legatissima. Sempre a lei "che sapeva spiegare" fu lasciato il compito di "aiutarmi" quando un giorno fossi diventata "signorina". Zia Maìa non era molto anziana ( morì a soli 63 anni) ma non era proprio portata per "certe cose da femmine".
I prima anni a Vajont erano poche le famiglie con il telefono e quando mia mamma chiamava ( tutte le sere), ero costretta a mollare gli amici per andare a casa di una vicina a rispondere! All'incirca nel 1983/84 arrivò il telefono anche alla zia e da quel giorno dovetti aspettare la chiamata in casa ( il telefono veniva usato solo per ricevere le chiamate di mamma). Quanto ho odiato quelle telefonate! E quanto odiavo andare via con i miei genitori il sabato sera! Non vedevo l'ora arrivasse lunedì per tornare dalla zia. Odiavo anche l'estate perché significava che senza l'impegno della scuola dovevo passare due mesi e mezzo con loro a Tarvisio al banco ( bancarella al mercato di loro proprietà), città cui non mi sono mai integrata.
Per fortuna lassù c'era una bambina di Erto la cui madre però a differenza dei miei genitori aveva deciso di tenere con sé. Siamo molto amiche ancora oggi.
Solo oggi dopo molti anni posso finalmente dire di aver capito il vero "perché" della scelta di lasciarmi a Vajont che però vi racconterò un'altra volta.
Nonostante questo grande "odio" che ero convinta di provare verso i miei genitori e mia mamma in particolare ( ogni volta che stavo male era mio padre quello che tornava a Vajont per accudirmi), un giorno di giugno del 1984 ho avuto il primo incontro ravvicinato con la loro morte. Avevano avuto un incidente stradale piuttosto grave e fu la zia ad avvisarmi mentre pranzavamo, al ritorno dalla corsa campestre che la scuola organizzava ogni anno: da quel giorno ho odiato e odio ancora la corsa campestre e l'atletica in generale ( tanto che non pratico) e ci ho messo anni per ritornare a mangiare la mortadella, l'alimento che stavo consumando quando mi è stata data la difficile notizia.
Questo per dirvi soltanto quanto il cibo per me sia stato legato, forse involontariamente, sempre a tutto quello che succede di buono o cattivo nella vita.
Gli episodi sarebbero ancora molti da raccontare e sicuramente in questo viaggio prima o poi ne parleremo ancora.
Nel prossimo capitolo parleremo della morte di zia Maìa, della morte in generale e di quanto il lutto "aiuti" in un certo senso il mio Attila ad essere sempre presente, nonché dei "tre rovesci della medaglia"
A presto!

venerdì 20 aprile 2018

LA CULTURA CUI APPARTENIAMO


Presto ritorneremo a parlare della famiglia ma intanto parliamo un po di "avvallo" di comportamenti familiari all'interno della cultura di appartenenza.
L'Italia è un paese straordinario sotto molti aspetti ma quello che secondo me è uno tra quelli più straordinari è la differenza culturale che posso trovare di paese in paese anche a pochi chilometri di distanza. Non amo molto le etichette "generalizzate/standardizzate" per due motivi: primo non è vero, per me, che la media conta; ogni persona e ogni luogo ha la sua peculiare storia;  secondo se si generalizza si rischia di prendere degli enormi granchi.
Una delle prime cose che ti vengono insegnate se decidi di fare il mio mestiere, è quella di imparare ad ascoltare e a tacere prima di esprimere un qualsivoglia giudizio su una persona perché MAI puoi sapere la storia che ha alle spalle: dovrebbe ahimè valere anche per tutti i rapporti interpersonali in generale.
Mi spiego: davanti puoi avere due persone che hanno vissuto la stessa esperienza, ma il loro modo di reagire, seppur magari sotto certi aspetti simile, non può mai esserlo completamente perché il cammino che li ha portati a vivere la stessa esperienza è molto diverso, come è diversa la personalità.
Lo stesso, cari lettori, vale per i disturbi alimentari ( chi ne soffre non arriva dalla stessa storia) e per la cultura. Puoi essere del nord, del centro o del sud ma questo da solo non è sufficiente per darti una caratteristica generale e "vera"o perlomeno non lo è per me.
I miei genitori sono entrambi originari di un piccolo paese di montagna all'estremo confine nord della vecchia ( ormai chiusa) provincia di Pordenone: Erto e Casso.
Due piccoli agglomerati di case distanti uno dall'altro un paio di chilometri ma profondamente diversi. Gli abitanti di Casso sono di origine veneta, hanno un carattere più aperto e solare e anche il loro dialetto è di chiara derivazione veneziana. Erto invece, dove sono vissuti entrambi i miei genitori ( nella frazione di San Martino) ha origini ben più antiche forse anche di epoca romana con forti influenze celtiche e il dialetto è un misto tra ladino e francese: persone e dialetti completamente diversi così come anche la loro cultura di appartenenza.
Erto come Casso era profondamente segnato dallo spopolamento per la mancanza di lavoro in valle e da sempre le persone (spesso donne) si davano, tra gli altri mestieri ( boscaioli, cavatori ecc), al commercio ambulante,stando lontano da casa per molti mesi.
Si viveva in famiglie allargate, dove se vogliamo si può dire che tutta la comunità aiutava nell'accudimento dei più piccoli.
Mamma a differenza di mio padre , che ha avuto un'infanzia ben più dura e difficile, ha vissuto i suoi primi sei anni lontano dai miei nonni che erano affacendati nel girare il triveneto con i mercati ( ambulanti commerciavano in vestiario). Lei ne racconta sempre come il periodo più bello della sua vita e ricorda con rammarico quando, a sei anni, i nonni vennero a prenderla per portarla a vivere con loro a Bolzano dove avrebbe frequentato la prima elementare. Il suo ricordo più nitido è il grande dispiacere per aver dovuto imparare a mangiare con le posate!! In seguito poi si sarebbe trasferita nella Val Canale- Canal del Ferro prima nell'abitato di Carnia ( comune di Venzone) e poi in via definitiva a Tarvisio (Ud) al confine con Austria e Slovenia. È stata questa vita "ambulante" a salvarla dal disastro del 9 ottobre del 1963: era a Tarvisio per lavoro e non a casa a Erto. Per darvi un'idea di quanto sia attaccata alle sue radici e alla sua cultura in tutti i suoi anni di vita(71), non ha mai voluto trasferire la residenza a Tarvisio nonostante ci passi 340 giorni l'anno: prima a Erto e poi dopo il disastro, nel nuovo abitato di Vajont.
Memore della sua infanzia spensierata, quando sono arrivata io è stata ben felice di affidarmi alle cure amorevoli di una mia prozia materna, sorella di suo padre: mia zia Maria che per me è e sarà sempre zia MAÌA (con l'accento sulla i).
Con zia Maìa siamo state insieme da quando avevo poco più di tre mesi fino alla sua morte il 17 maggio del 1989 ( 13 anni).
Quello che io ho vissuto come un tragico abbandono altro non era che un comportamento "avvallato" dalla mia cultura: si fa così e fine del discorso, o perlomeno lo era per la mia famiglia.
La storia continua nei prossimi giorni!