lunedì 18 giugno 2018

L'INCONTRO CON LA FEDE


Come previsto anche questo mese è da pazzi con gli impegni, soprattutto istituzionali e quindi vado avanti a rilento ma ci siamo!

Fu il mio primo vero incontro ravvicinato con Dio a salvarmi dopo il suicidio di zio Giovanni nel 1992.
La sua tragica morte per me fu l'inizio di uno dei periodi più bui della mia esistenza, fu l'incontro con Padre Juan Baptista Capellaro a rimettere in moto, l'agosto di quell'anno tutta la mia vita.
Un ringraziamento affettuoso va al mio parroco, se lui non mi avesse dato la possibilità di fare l'esperienza di una settimana di ritiro spirituale insieme ad altri giovani provenienti da tutta Italia e in particolare dalla nostra Provincia, credo che le mie scelte sarebbero state decisamente diverse e la mia vita sarebbe stata rovinata da una serie di decisioni infelici.
Si sa che 17 anni non sono un bel momento nella vita dei ragazzi, si tratta di un'età di passaggio in cui ti sembra di essere "tu contro tutti", se ci aggiungiamo la gestione di un suicidio "senza perché" la frittata è fatta.
Quell'estate Don Gastone mi chiese di accompagnarlo insieme ad altri ragazzi del paese a Roma per una settimana di preghiera e lavoro "comunitario".
In quel periodo e per i successivi tre anni ho incontrato persone straordinarie che mi hanno davvero reso la vita più piena ma tra queste una in particolare ha lasciato un segno indelebile nella mia vita: padre Capellaro.

Friulano di nascita e argentino di adozione era considerato uno dei "profeti" della Chiesa, uomo colto, di grande spessore morale, simpaticissimo ma anche tanto semplice: le sue parole sapevano arrivare direttamente al cuore dell'altro. Sempre.

Furono proprio le sue parole insieme al sostegno di Don Gastone, Don Ugo e Don Gino Moro oltre ai ragazzi che come me stavano facendo quell'esperienza, a cambiarmi, in un certo "senso", la vita.

Sono sempre stata una persona particolarmente riflessiva soprattutto sugli eventi "negativi" o che reputavo tali della mia vita, quanto estremamente impulsiva e poco razionale/riflessiva per quello che invece riguardava le cose/opportunità a "mio insindacabile giudizio" positive: da rimarcare che quello che per me era ed è positivo non necessariamente lo è altrettanto per il resto del pianeta: di norma sono una che va controcorrente! Devo ancora capire se è un bene o un male...

É proprio in uno dei miei momenti riflessivi e di grande dolore per la perdita "senza apparente perché" da poco subita, in cui il mondo è un posto brutto e "non è possibile che quella sbagliata sia sempre io" che si fanno strada nel mio cuore le semplici parole di padre Capellaro che cambieranno definitivamente la strada intrapresa per un percorso decisamente più in salita, duro e difficile ma che sinceramente rifarei in ogni suo passo: tutto quello che è stato mi ha portato ad oggi e ai grandi cambiamenti della mia vita.

Mi disse: "Ricordati che il Signore non ti fa desiderare una cosa perché non vuole vederla realizzata".
Parole semplici ed oneste che portarono e portano luce al mio cuore ogni volta che ci penso: quello fu il mio vero incontro con la Fede. Incontro tanto importante da dedicargli la mia tesi di laurea ( i prof avevano consigliato a mia mamma di non farmi studiare ricordate?):  "A Don Gastone Liut, Don Gino Moro e Padre Juan Baptista Capellaro per aver sempre creduto in me e nelle mie capacità".

Il dono di una fede salda aiuta davvero nei momenti brutti dell'esistenza ed esalta i momenti belli. Da sola per me, negli anni, non è stata sufficiente ma sentire di avere una "casa" fatta di amore sincero  e "non giudicante" ma anzi dove poter respirare misericordia e perdono per i propri errori e dove poter tornare se necessario è stata e sarà sempre fonte vera di salvezza per me.

La cosa più naturale per me è stato il voto alla Madonna del Lussari quando mi ammalai di cancro nel 2013, per me che appena riuscivo a muovermi vista la mia stazza, riuscire ad arrivare in cima con le mie gambe era ed è la cosa più estrema che potessi offrire in cambio del miracolo della guarigione.

Padre Capellaro e i suoi consigli mi mancano tanto, morì il 24 agosto del 2008. Io ero al lavoro in Irlanda in quei giorni presso L'Education College di Dublino. Rimpiango ancora di non essere potuta andare al suo funerale, se lo avessi saputo sarei rientrata per tempo. Così non è stato.
Oggi passo almeno due o tre volte l'anno a portargli un saluto e una candela sulla sua tomba a Rivolto (Ud), ci parlo, gli racconto cose che so già conosce perché veglia tutti noi da lassù: ma mi fa bene andare a trovarlo, mi fa piangere ma poi quando risalgo in macchina le sue parole si fanno forti nella mia testa e non mi resta che rialzarmi e andare a fare del bene a me stessa e agli altri come mi ha insegnato quella lontana estate del 1992.

Preferisco andarci da sola e non con il viaggio organizzato ogni anno dalla mia parrocchia perché il nostro rapporto lo voglio tenere a due: ne sono gelosa in effetti, un po' anche per sentirmi libera di vivere i miei sentimenti per lui come meglio credo. So che capirebbe.

Capiva sempre, tutto e tutti ma era anche severo e sicuramente alle parole di conforto seguivano anche quelle di sprono, a volte dure ma sempre giuste. Non era uno che te le mandava a dire. Quello che bisognava fare, andava fatto.

Rimpiango di esserci arrivata tardi ad avere una vita degna del dono che il Signore ci ha fatto permettendoci di nascere e di fare le nostre scelte: ma di quello che sto facendo sono abbastanza soddisfatta. Posso sicuramente fare di più e molto meglio ma sapere che ogni mia decisione sia essa personale oppure istituzionale è presa considerando il bene dell'altro come "sopra ogni cosa" mi fa stare tranquilla: so di essere sulla buona strada.
Certamente tutte le decisioni possono essere più o meno condivise perché è nell'ordine delle cose avere idee e opinioni diverse ma il centro di tutto questo è uno solo: non perdere mai la centralità dei bisogni dell'altro e cercare per quanto possibile di prendere decisioni che portino al soddisfacimento di questi e non del proprio e solo interesse.

A volte come potete ben immaginare è un'arma a doppio taglio perché in tutto questo non si deve perdere di vista anche quello che ci "fa bene" e le nostre legittime esigenze umane. Questa è una cosa più difficile da raggiungere rispetto al bene degli altri, paradossalmente per chi ha un carattere e una visione come la mia viene più facile occuparsi degli altri che di se stesso.

Qui mi rientrano in gioco forti e chiare le parole di Padre Capellaro "Ricordati che il Signore non ti fa desiderare una cosa perché non vuole vederla realizzata" : lui in fondo parlava dei "miei" desideri che però anche se erano miei visto che il Signore me li faceva "desiderare" in un certo qual modo erano "buoni" anche per gli altri.

Morale della favola fare del bene a se stessi contiene al suo interno anche il bene dell'altro perché questo ci spingerà ad essere aperti, propositivi ed in ascolto a differenza di quanti si arrocano sulle loro visioni e posizioni senza mai mettersi in discussione per il bene comune.

A tutti piacerebbe avere delle risposte "univoche e certe" e a me più di altri, credo mi donerebbe stabilità e certezza e se così fosse magari non sentirei nemmeno la voglia di "abbuffarmi".
Non lo scoprirò mai.
Quello che so per certo è che ho cominciato a darmi dei "no" veri ai miei "capricci da bambina sola e abbandonata" e questo mi ha portato a una considerevole riduzione degli attacchi "pre abbuffata".

Non mi pare vero di esserci finalmente arrivata: speriamo sia duraturo!

Al momento posso e devo lavorare soltanto su di me, l'ultima visita ortopedica è stata lapidaria: per loro non potrei più neanche lavare i piatti figurarsi camminare o fare ginnastica/sport.
Non mi arrendo, in attesa del prossimo consulto nel mese di luglio proseguo con gli allenamenti, ho promesso che sarei salita sul Lussari e sul Lussari salgo a costo di dover strisciare: perché se è un mio desiderio il Signore me lo farà realizzare.

Alla prossima!
P.s. Abbiate pazienza, appena ho più tempo scriverò ancora.


mercoledì 30 maggio 2018

L’INCONTRO CON ME STESSA ARRIVERÀ?



Innanzi tutto devo scusarmi se dall’ultima volta che ci siamo sentiti sono passati venti lunghi giorni ma questo mese tra lavoro e famiglia non ho avuto tempo di prendere una pausa.
Molto probabilmente sarà così anche per il mese di giugno quindi non vogliatemene se sarò più lenta di quello che avevo previsto.
In questi giorni la voglia di mangiare è alle stelle e cerco di combatterla in ogni modo; ho deciso di vedere un nutrizionista perché gli ultimi kg che devo perdere invece di andarsene aumentano.
Le cose che mangio sono si poche nel senso di quantità ma tutte particolarmente caloriche e/o zuccherate.
Ho bisogno di una mano per regolare i pasti con quei pochi alimenti che tengo giù e ricominciare a dimagrire.
Primo passo togliere tutti gli zuccheri raffinati e lasciare solo quelli complessi e in quantità ragionevoli, quindi si allo yoghurt (che odio) e via lo zucchero dal caffè e le caramelle.
Secondo passo, tolto lo zucchero dalla cucina e sostituito con aspartame e riempito il frigo di yoghurt e cereali integrali e quelle due o tre verdure che non vomito. Via il riso normale sostituito da basmati e basmati integrale. Unico vizio il tonno con l’olio, quello al naturale lo vomito.
E con queste cosette vediamo cosa riusciamo a raggiungere. Volevo iniziare a fare un pò di movimento ma per ora non ho il via libera, la prossima settimana sentiamo cosa dice ortopedico e fisioterapista, purtroppo so di non essere in grado di fare molto ma penso che solo con l’alimentazione a questo punto non ce la posso fare a mantenere e magari a migliorare il risultato!
È un’eterna battaglia e in giorni come questo mi sento così stanca ragazzi! La costanza sul cibo non è proprio cosa di questo mondo per me, in questo di certo il bypass aiuta ma non fa meno male! Vorrei essere ligia al dovere e invece mi ritrovo costantemente a pensare al cibo, a cosa vorrei mangiarmi e se posso mangiarne almeno un boccone. Pensare che prima del bypass non mangiavo dolci e adesso cerco la cioccolata ovunque. Fatico a capirmi. La mi vita dovrebbe essere veramente incentrata su tutto quello che sto facendo e cercando di portare avanti con fatica (lavoro e famiglia) e invece diventano secondari davanti al cibo.
Invece di buttarmi a capofitto e basta nei progetti, quando smetto di lavorare ecco che la “pausa” significa mangiare o se potessi “ingozzarmi sul divano”.
In passato molti colleghi mi hanno sempre suggerito di pensare che forse la mia sia una forma depressiva. Non ho mai voluto sentire da quell’orecchio ma forse tutti i torti non ce li avevano. Sono perennemente insoddisfatta dei miei risultati in qualsiasi campo e sono sempre alla ricerca di raggiungere altri obbiettivi, quando ci riesco via per un’altra crociata. Non riesco a fermarmi e a godere di quello che ho.
Il fatto di essere un giudice molto severo poi non aiuta per nulla. Cerco di ripetermelo tutte le mattine di essere tranquilla e fare un passo alla volta ma per ora con poco risultato. Nemmeno in questo riesco a non mettere davanti il tutto e subito! Perché mi sembra di fare i capricci??
Forse si tratta proprio di questo, è la bambina che ha sofferto che è in me che viene fuori in questi casi e fa i capricci e forse dovrei imparare a trattarla come tale e a superare la fase. Forse è una buona idea, o forse no ma sono talmente disperata che ci proverò sicuramente.
L’unica cosa che ho sempre sentito forte e chiara dentro di me è quella di voler fare qualcosa di buono per la mia vita e invece che farlo per me stessa mi do al 100% per gli altri.
Finito questo mese di impegni intendo mettere in pratica quello che dico da mesi e non ho mai fatto, cioè prendermi del tempo per me ogni giorno.
Sono un animale mattutino quindi spenderò le mie mattine in Comune, i pomeriggi per me e alla sera al lavoro a Pordenone. Vediamo per quanto tempo riesco a mantenere i propositi. Ecco forse lo sbaglio più grande è proprio qui: non deve essere un proposito ma un cambio di abitudine per me: l’ostacolo più grande? Probabilmente non mi voglio bene, dovrei essere un tantino più egocentrica e vivrei decisamente meglio.
Sento che questo scoglio sarà più duro dei 1000 metri di dislivello che mi aspettano nell’arrivare in cima al Monte Lussari come mi sono ripromessa.
Non so come fare ad amarmi perché la verità è che nessuno me lo ha insegnato e quindi non ho potuto impararlo: sono sempre stata la “pattumiera” dei problemi di “tutti” in famiglia e quella che era sempre in “seconda linea” rispetto a qualsiasi cosa e persona come avete già letto nelle puntate precedenti. Sono quella cui nulla veniva dato e tutto veniva tolta, come un utensile che lo tiri fuori solo quando ti serve.
Ancora oggi faccio questo sbaglio molte volte, seppur meno di prima, rinuncio ai miei desideri per far felice gli altri. Sarà mai il mio turno o devo imparare a prendermelo e circondarmi solo di persone che mi mettono al loro pari? Sicuramente la seconda. Aspettare che siano gli altri a darti quello che cerchi è quanto di più doloroso possa esserci perché ti porta ad infinite delusioni.
Non riesco al momento a mettere il mio benessere davanti a tutto e quindi ancora temporeggio, soffrendo come un cane, in questa situazione, soprattutto in famiglia.
Probabilmente molto presto riuscirò a prendere la decisione di far scendere dal treno della mia vita alcune persone perché a volermi al 100% proprio non ce la fanno ed è inutile rimandare l’inevitabile più del necessario. Sono però testarda e ho deciso di fare un ultimo breve tentativo, alla fine se strappo il cerotto farà male ma non così male come tenerlo se ti procura irritazione.
O magari per una volta le persone sapranno sorprendermi o magri mi sorprendo io perché smetto di fare i capricci e mi rendo conto che la vita è altro da quello che vorrei che fosse e che forse i miei standard tanto realistici non sono.
Riprenderemo il discorso sul mio passato la prossima volta!



mercoledì 9 maggio 2018

LA CASA DELLA FANCIULLA


Settembre 1989. É un lunedì pomeriggio ( primo giorno di scuola) che vengo lasciata, valigia in mano, sulla porta della casa della Fanciulla di Pordenone, in zona Sacro Cuore.
Eravamo già stati qui per un colloquio con il prete che dirigeva il posto, durante l'estate, dopo la mia ammissione alla Oxford School di Pordenone ( Liceo linguistico).
Credo che mi ricorderò per tutta la vita la domanda "cardine" che il direttore fece a mia madre previa la mia ammissione in Istituto:" Vuole che abbia la libera uscita dalle 15 alle 17? Non più tardi perché dopo escono i ragazzi dalle caserme, comunque non lo consiglio..."
OMG!
Alla fine scoprirete che seppur burbero, il don aveva un cuore d'oro. É venuto a mancare quest'anno da qualche mese. Purtroppo l'ho saputo a funerale avvenuto, sarei andata volentieri a salutarlo un'ultima volta. Se lo meritava, per essere stato giusto con me e per la bontà d'animo che ha dimostrato molto prima che io nascessi, verso gli ertocassanesi all'alba dell'immane disastro che colpì la mia gente. Questo e molto altro era Don Giovanni Perin.

Ricordo quel primo giorno come se fosse ieri, le lacrime ( di coccodrillo) di mia mamma sulla porta mente io con un freddezza che dentro non sentivo per niente le dico "vai, io sto bene".
Non posso dire di essere "stata male" durante i quattro anni passati in collegio forse perché in compagnia di Attila probabilmente le emozioni, belle o brutte, non arrivavano perché la "pancia" era già piena!
Davanti all'Istituto c'era un grande supermercato che visitavo con cadenza quasi quotidiana, poi ho imparato a fare "scorta" di "cibo spazzatura" perché iniziavo a vergognarmi a passare tanto spesso di là ( venivo riconosciuta dai commessi).

Mi pareva, ieri come oggi, che la gente fissasse quanto avevo nel carrello e lo giudicasse. Purtroppo è così, anche adesso quando vado a fare la spesa, nonostante la mia alimentazione sia decisamente migliorata, se devo comprare "cibo spazzatura", tipo patatine, bibite gassate e dolci vado in orari in cui i negozi sono quasi vuoti e in posti diversi se gli acquisti sono ( nella mia testa ) "troppo ravvicinati". Credetemi oggi al massimo compro della cioccolata e una volta al mese un pacchetto di patatine che tra l'altro mi ci vuole una settimana a mangiarlo intero. Nessun quantitativo strano come quando mi abbuffavo ma la vergogna e il senso di colpa sono comunque sempre presenti.

Certo probabilmente mi farei un favore a non comprare nemmeno quel po e spero prima o poi di arrivare anche a questo. Seppur riconosco "razionalmente" di avere dei peccati di gola sporadici e "accettabili" la paura di ricaderci è sempre in agguato, tanto che da qualche settimana non ci dormo neppure la notte.

Vorrei davvero riuscire ad amarmi totalmente, vedo che sto facendo dei piccoli passi che però per il mio "io giudicante" sono sempre troppo piccoli, anche se magari non è davvero così. La vedo lontana come conquista ma grazie a questo blog sento di riuscire a tenere la barra diritta.

Quando si sente in giro la frase fatta o "retorica" tipo "siamo i più severi giudici di noi stessi" questa volta devo dire che purtroppo è vera. Dovremmo essere decisamente più indulgenti verso di noi ma "essersi continuamente sentiti dire di non essere abbastanza o di essere sbagliati o di non essere in grado di fare" ci ha reso duri e deboli allo stesso tempo. Che combinazione eh?

È in quel giorno di settembre che io e Attila diventiamo amici e lo siamo ancora oggi, quante abbuffate, quanti pianti, quanti pomeriggi/sera passati a mangiare sulla scrivania guardano fuori dalla finestra o leggendo un romanzo rosa.. Il cibo in Istituto era abbondante ma decisamente non buono, per cui dopo aver mangiato quello era "doveroso fare bocca buona" con un po di cibo spazzatura o almeno era quello che mi dicevo.
Non avevamo il frigo in camera (camere singole) e quindi solo cose a lunga conservazione, se erano fresche: affettati, budino ecc dovevano essere comprati e mangiati. A malapena potevamo tenere la televisione, alle 21 doveva essere tutto spento. Per fortuna già allora il don era in là con gli anni e quindi faceva molta fatica a fare tutti i piani a piedi per l'ispezione serale e lo si sentiva arrivare dalla tosse e dal fiatone: quindi si faceva in tempo a spegnere la tv per poi riaccenderla qualche tempo dopo.

Quell'anno riuscii ad ingrassare di circa 40 kg. Mi mancava la mia realtà, Vajont, i miei amici, zia Maìa e le serate spensierate nei prati. Senza i miei genitori ero abituata a stare, il sentimento predominante era la delusione e il disprezzo. Nemmeno la morte della zia mi aveva permesso di "avere una famiglia". Guardavo di buon occhio però gli "inverni" quando ad attività chiusa restavo due mesi e mezzo a casa con loro e potevo fare avanti e indietro "quotidianamente" in corriera insieme agli amici di sempre e riprendere i contatti: quella volta non esistevano i telefonini e nemmeno internet. In genere erano mesi in cui ero perlopiù a "dieta" perché mia mamma aveva i momenti in cui "doveva fare la madre e aiutarmi con i miei problemi" che alla fine penso fossero i suoi più che i miei.

Da quel settembre inizio a "percepire" la paghetta settimanale perché "non si sa mai". Non mi veniva chiesto come spendevo il denaro e il lunedì successivo prima di salutarci per la settimana mi veniva data la stessa somma. Regolarmente spesa in cibo.

Anni dopo in una delle rare discussioni con mia madre ( preferivo e preferisco non affrontarla se proprio non sono "alla frutta"), ricordo bene che mi fu detto che la "paghetta settimanale" prima veniva data a zia Maìa perché" mi guardasse", perché negli anni "l'ha pagata" molto più di quanto non fosse necessario e che "tenermi con sé le era convenuto e non si era trattato di buon cuore".
Mi ha infranto l'unica certezza che portavo con me: l'amore di zia Maìa.

È da pochi anni, da adulta, che ho potuto rivedere gli avvenimenti per quello che sono stati e quanto detto in quella infelice occasione altro non  fu che "un modo di difendersi dando la colpa ad altri per le proprie mancanze" messo in atto da mia mamma: modus operandi che utilizza ancora oggi ogni volta che le conviene. Ma per la me adolescente fu lacerante, fu come se "mi avessero strappato il cuore a morsi". E Attila in soccorso, presente e confortante!

Mi viene da piangere ancora oggi ripensando a quando dopo aver fatto la spesa se nel resto mi veniva dato un gettone al posto delle "duecento lire" lo usavo per telefonare: volevo sentire una voce amica a Vajont, ma poi forse mangiavo ancora di più: "il dolore della perdita" è sempre stata la leva più potente per svegliare Attila e lo è ancora oggi.

È di questi giorni l'ennesima situazione in cui non mi sono sentita capita, passi da mia madre, ma anche da chi mi sta vicino e il senso di "solitudine" per non essere "vista/accettata" o meglio che "non vengano viste le emozioni che provo e i miei bisogni", mi fa scattare Attila e la voglia di mangiare. Non va bene.

La cosa più semplice sarebbe eliminare le situazioni/persone che mi fanno sentire così ma sarebbe una strada sbagliata anche se semplice ed efficace perché ci sarà sempre una situazione o una persona che mi potrà far "sentire così" e non posso continuare ad eliminare. Quello che devo eliminare è la mia scarsa autostima, devo imparare a tirare fuori il mio disagio e a farlo presente anche se diventa ingombrante e può portare le persone a volersi allontanare, i miei bisogni non dovranno mai più essere messi in secondo piano per nessuno.

Con mia mamma ancora lo faccio, preferisco stare zitta laddove invece con gli altri vado via dritta e dura. Ma lei è il mio personale tallone di Achille e non so quando veramente riuscirò a sentirmi libera con lei. Intanto iniziamo dal contorno, chissà che questo non mi renda più forte.

Sono stati quattro anni ( il quinto anno il collegio chiuse e rimasi a Vajont da sola) tra alti e bassi, tra chili presi e chili persi, nel frattempo zio Giovanni si uccise e quel po di me che restava se ne andò con lui: qui un angelo venne in mio soccorso, ma questa ve la racconto un'altra volta.

Alla prossima!

giovedì 3 maggio 2018

ESTATI TARVISIANE



I tre ultimi racconti mi hanno decisamente provato nella scrittura e nel racconto, molto di più di quanto non immaginassi! Lo devo in primis a me stessa e a voi che mi state leggendo cercare di forzarmi a continuare a scrivere perché voglio arrivare alla fine di questo viaggio verso la ricerca della vera me. Me lo devo.

Con la morte di zia Maìa si conclude la mia infanzia e inizia un'altra epoca che mi ha segnato ancora più profondamente perché in fondo anche se il mio "imprinting" era già chiaro chi non ha radici salde, di soffrire ( o di imparare?) non smette mai veramente.

Sradicata brutalmente da quello che consideravo il mio "mondo" ( in senso di routine quotidiana) e come vi dicevo senza spiegazione valida, rimango un mese a casa dei miei genitori in attesa degli esami di terza media.

A pranzo andavo da mia zia Anna la moglie del fratello di mia madre a cui dedicherò un intero racconto a parte perché insieme a zio Giosafat è stata colei che mi ha veramente amato per quella che ero, forse ancora più di zia Maìa. Io però, rinchiusa nel mio dolore per la perdita di zia Maìa, l'ho capito solo dopo, da grande, che nella vita c'erano anche queste due persone che mi amavano e che il mondo non era finito il 17 maggio del 1989.

                                                                      io e zia Maìa


 

                                                                  Io e nonna Letizia.

Dopo gli esami di terza media, come ogni estate si parte alla volta di Tarvisio, saranno tre lunghissimi mesi come sempre. Il sabato si rientra a Vajont per poi ripartire il lunedì mattina molto presto in modo da arrivare per tempo con l'apertura del "banco" al mercato.

Quanto ho odiato quelle estati! Fondamentalmente per due motivi: il primo dovevo alzarmi prestissimo, che così presto non mi alzavo nemmeno quando andavo a scuola e dovevo passare tutto il giorno con i miei genitori, secondo, non avevo uno straccio di amico, venivo presa in giro da tutti i bambini presenti ( figli di altri proprietari) che mai mi hanno incluso nei loro giochi perché "balena". Il buffo è che se riguardo le foto di allora, magari ero "grande" per essere una bambina e per la mia età ma grassa proprio non ero.



Come vi ho già accennato a Tarvisio c'era anche una bambina di Erto la cui famiglia, a differenza della mia, ha deciso di risiedervi tutto l'anno e di mettere in affitto la casa di Vajont.

Siamo molto amiche ancora oggi ma fino ai diciotto anni era difficile che io la frequentassi molto perché lei a differenza mia, durante l'estate veniva mandata a stare da una signora che viveva in una bella e grande casa nel bosco ( la sera tornava a casa dalla sua famiglia) oppure dai suoi zii per qualche settimana a Lignano Riviera. Io invece ero la fortunata che doveva starsene al banco tutto il giorno, mangiando da un termos sopra uno scatolone vuoto rovesciato a mò di tavolino.

Poi c'erano i compleanni!! io sono nata in luglio, quindi a meno che non cadessero di sabato o domenica che potevo festeggiare a Vajont, dovevo sottopormi a infinite sessioni di fotografie ai laghi di Fusine ( mio padre era un fan della fotografia), ancora oggi non amo farmi fotografare.

                                                         Laghi di Fusine 07 luglio 1983


Molti potrebbero pensare che ci sono anche tanti risvolti positivi a voler guardare davvero questa esperienza come per esempio lo stare finalmente con i propri genitori, imparare a parlare altre lingue ( tedesco e sloveno) ed imparare un mestiere.

Io proprio non ce l'ho fatta a prendere quelle "estati" per il verso "giusto"!. Perché tornare poi a Vajont? Che senso aveva stancarsi a quella maniera e tutto per tornare a casa e stare chiusi in salotto davanti alla tv ad ingozzarsi mentre loro badavano all'orto? Non lo so, ma mi hanno fatto anche questa.

Io "dal regolamento" non sono mai stata contemplata questa è l'amara verità.

Avevo molte domande in testa dal: " perché non possiamo stare anche noi a Tarvisio?", al "perché non mi lasciate a Vajont e vi fate i cavoli vostri una volta per tutte?".

Mi sentivo e a volte mi sento ancora, come il bidone dove buttare tutta la spazzatura che non puoi riciclare, quella che non serve più a nulla.

Vi ricordate quando vi dissi che alla fine ho capito il vero perché del mio restare a Vajont invece che a  Tarvisio con i miei genitori?

È stato davvero difficile per me accettare quando ho realizzato questo "perché" alcuni anni dopo la morte di mio padre. La verità è che quel giorno, quello della rivelazione, mi è crollato il mondo addosso. Avevo speso gran parte della mia vita  a dare la "colpa" di "tutto" a mia madre ( non che sia esente) e vengo a scoprire che il dolore più grande di tutti quello del "distacco" ha in realtà origine da mio padre.

Come vi dicevo loro erano splendidi come coppia e vivevano in pura simbiosi, tutto quello che era "altro  da loro era vissuto come una minaccia o nel migliore dei casi come qualcosa di "superfluo".

La verità altro non era che siccome mio padre odiava tantissimo due cose: rispettivamente il freddo e Tarvisio, con la scusa che l'inverno era troppo freddo per lavorare l'attività era chiusa circa due mesi e mezzo l'anno in cui loro tornavano a vivere a Vajont. Nel momento in cui io fossi stata a vivere con loro e avessi iniziato la scuola, tornare a "casa" non sarebbe più stato possibile.
Sono stata sacrificata sull'altare del loro matrimonio a discapito di tutto.

Non è vero quindi che fu una semplice questione di "avvallo" di  specifici comportamenti culturali ma anche "una scelta ragionata". A voler pensarla male del tutto, forse nemmeno ragionata: "non esistevo quindi non dovevo essere presa in considerazione". Un po come un soprammobile che sposti in base alla casa che cambi.

Fu ed è davvero durissimo per me ammettere questo. Ho passato la vita arrabbiata con "Tarvisio", con "quelli che mi prendevano in giro", con mia mamma, con i parenti e con tutto quello che era esterno da me proprio per non voler passare attraverso questo dolore.

Quando oggi sento le frasi fatte come "a fare il genitore nessuno ti insegna" e simili mi vengono i brividi per la grande stupidità che racchiudono all'interno della loro semplicità.

La capacità di procreare non ti rende in "automatico" madre o padre: quello è uno status che va guadagnato attraverso il rispetto di tuo figlio.

Quanto mi sono sentita sola durante quelle estati e durante le domeniche passate a mangiare davanti alla tv!
É in quella solitudine, dal lutto di zia Maìa in su in particolare, che Attila mi viene in "soccorso" con la sua "amicizia", perché riempirmi non mi faceva "sentire".

Ci eravamo già "intravisti" qualche domenica, ma ci siamo realmente conosciuti il giorno che mi hanno "chiuso " in collegio, nel settembre del 1989.

Ma questa è un'altra storia che lascio per i prossimi racconti.

lunedì 30 aprile 2018

IL TERZO ROVESCIO DELLA MEDAGLIA


Il terzo e in un certo qual modo più importante rovescio di medaglia è “come la famiglia ti forgia” nei primi anni di vita. È tutto una questione di “imprinting”.
È nei primi anni che il bambino impara a gestire le varie situazioni che gli accadono e come vi avevo già raccontato sono queste situazioni che alla fine “forgiano” il nostro rapporto con il “mondo esterno”.
Nel mio caso le situazioni che più di tutte hanno ancora oggi un risvolto durissimo sul mio modo di intendere la vita e viverla sono: il lutto, la salute e la loro “gestione” emotiva. A cercare di voler essere più generici è predominante “la gestione emotiva di tutte quelle situazioni negative o potenzialmente tali” che ci capitano nel corso della vita. Ad un estremo troviamo il lutto all’altro estremo, a titolo esemplificativo e non esaustivo delle cose più banali che possono accadere, il commettere un errore sul lavoro.
Il mio personale rapporto con la morte è sempre stato negativo perché non vissuta come “parte della vita” o dal punto di vista cristiano come “inizio di una vita eterna ancora più bella e soddisfacente” ma come “disgregazione di affetti e famiglia che può portare a vivere il tempo che ti resta solo nel ricordo e nella mancanza più profonda di colui/lei che ci ha lasciato poiché da solo (o senza di lui/lei) non puoi/sei nulla.
Indovinate: di chi è questo pensiero?

Il primo contatto con la morte di cui abbia “coscienza di ricordo” fu la morte di nonna Letizia. Sono sincera non provai un particolare dolore poiché come figura fu sempre marginale per me rispetto a zia Maìa. Quello che fu e che a pensarci bene è ancora devastante è quanto questa morte come le altre che verranno abbiano influito sempre negativamente sul modo di vivere della nostra famiglia.

Di nonna Letizia so ben poco, compleanno e data di morte perché se ancora oggi a distanza di quasi 40 anni non “fai dire le messe” poi la “gente” pensa che non te ne freghi abbastanza (ovviamente), ma di com’era come persona e madre ho solo dei “sentito dire” da parte di mia mamma.
Mi piacerebbe saperne molto di più e con informazioni reali ed obiettive ma purtroppo ad oggi sono morti tutti quelli che avevano a che fare con lei e prima avevo troppo poco interesse per fare domande.
Credo fosse una donna molto esigente e molto autocentrata (forse fino all’egoismo) perché vedo la grande incapacità di mia mamma nel dare affetto: per cui si può dedurre che non ne abbia ricevuto oppure come dice lei “devi dirmi come devo fare perché a me non lo hanno insegnato”; almeno lo ammette.
Pare che una delle frasi preferite della nonna quando sono nata io sia stata: “beh sono proprio contenta per te (mia madre) ti sei fatta “le mollette per non scottarti” come ho fatto io”, le mollette altro non sono che le presine. Con questo voleva dire che la fortuna di avere una figlia femmina sta nel fatto che ti sarà di aiuto in casa e avrai qualcuno che ti guarda durante la vecchiaia (ai maschi questo non viene chiesto nella nostra famiglia, anzi guai a chi lo fa). Povero papà che a lui invece veniva chiesto continuamente di essere “madre” e non padre. Questo è uno dei primi grandi esempi dell’ambivalenza con cui sono cresciuta: all’interno della famiglia (allargata) ci sono delle regole, che però per te (e la tua famiglia) non valgono da qui ti chiedi se ti hanno adottato prima o sei semplicemente “altro” da loro.
Sembra una cosa banale ma se provate ad applicarla a tutte le regole che mi sono state “insegnate” alla fine il conto da pagare in termini emotivi è stato piuttosto salato.

Nonna Letizia come tutti gli altri della mia famiglia (a parte zio Giosafat e sua moglie Maria) è morta piuttosto giovane aveva appena compiuto 64 anni. La sua storia è una fotocopia delle altre, si è trascurata la salute fin quando è stato troppo tardi per rimediare, anche qui come per zia Maìa non si sa di cosa “esattamente” sia morta, se chiedete a mia mamma vi risponde “aveva il fegato che faceva acqua”. Molto probabilmente era una sorta di cirrosi (le piaceva il bicchiere in più anche se non ho ricordi di lei ubriaca) oppure un cancro. La parola cancro mia mamma non riesce nemmeno a pronunciarla per cui se può “raccontarsela” diciamo che lo fa e si autoconvince che non è cancro ma come in questo caso il “fegato che fa acqua” oppure nel caso di suo padre (qui sono abbastanza sicura della diagnosi) “per colpa dei medici di Udine che non avevano visto che l’ulcera aveva perforato il pancreas”, e io sono Biancaneve.
Nel caso trattasi di chiunque altro al di fuori della famiglia la diagnosi di cancro è accettabile ma “noi non ne abbiamo”.
Ci ha pensato la vita nel 2013 a ridimensionarla, con il mio di cancro e quello che in pochi mesi si è portato via suo fratello.

È l’estate del 1981 quando la nonna muore, il 14 luglio. Non ho molti ricordi se non quello di me insieme ai miei cugini seduti sulle scale di casa ad aspettare che la mamma tornasse dall’ospedale insieme a suo fratello e della camera ardente allestita in casa e vegliata come si faceva “una volta”. Ribadisco non ho ricordo di dolore, quello che invece ricordo molto bene è che il funerale era il giorno del compleanno di papà il 17 luglio e in merito a questo ci fu un’accesa discussione in famiglia: brutto rovinarsi la ricorrenza con un funerale! Mah.

Dalla morte della nonna la mamma non smette di passare a casa del fratello e dei nipoti prima di venire a prendere me da zia Maìa ecco quindi che le sue risposte di giustificazione non erano che stupide bugie. Se fosse stato vero che la sua priorità era “godersi in tranquillità la sua famiglia” questa morte l’avrebbe liberata del vincolo e ci avrebbe permesso di stare insieme.
La verità è che le sue priorità sono sempre state nell’ordine: mio padre, suo fratello e la sua famiglia, la gente in generale e io in fondo.

Con tutto quello che succederà negli anni alla nostra famiglia e la sua età che avanza, le è rimasta solo la priorità della gente: io non esito proprio, papà è morto e i miei cugini li vede poco con la scusa che almeno 6/7 mesi l’anno non torna a casa da Tarvisio. Alla fine di “tutti” è rimasta l’ultima in vita: ironia del destino.

Rimpiango di non aver conosciuto i nonni e di non aver avuto la possibilità di farmi una mia opinione, forse se lo avessi fatto mi avrebbe aiutato a vivere “diversamente” quella che è la “realtà” in cui mia mamma mi ha fatto vivere per molti anni, distante dalla realtà vera: in fondo ho vissuto dentro i suoi personali lutti senza imparare a vivere i “miei” e cercando di essere quanto più invisibile possibile per non darle “altre sofferenze”.
La morale di tutto questo è cercate sempre di non proiettare quelli  che sono vostri bisogni sui vostri figli o sugli altri in generale: non sono vostre estensioni. Abbiate il coraggio di riconoscere chi è altro da voi e rispettatelo nei sentimenti. Sempre.

Rido. La vita qui ha bastonato me, ero tanto invisibile dentro quanto ero ingombrante fuori!

A presto e buon 1° maggio a tutti!